7) Voltaire. Locke e la metafisica.

B).

L'atteggiamento antimetafisico  comune a tutti gli illuministi
francesi. In questa lettura, tratta dalla tredicesima delle
Lettere filosofiche, Voltaire presenta il pensiero di Locke e
mette in evidenza come avviene il collegamento fra una ragione che
vuole essere umile e il forte atteggiamento antimetafisico.
Voltaire, Lettere filosofiche, Lettera tredicesimo (pagina 285)

Non esiste forse mai uno spirito pi profondo e metodico, un
logico pi esatto di Locke_ Dopo che tanti pseudo ragionatori
erano andati intessendo romanzi intorno all'anima, finalmente 
comparso il saggio che ne ha fatto modestamente la storia. Locke
ha mostrato all'uomo lo svolgimento dell'umana ragione cos come
un eccellente anatomista sa mostrare e spiegare gli organi del
corpo umano. Sempre si avvale dei lumi che la fisica gli pu
fornire; ha il coraggio di affermare, ma ha anche quello di
dubitare; lungi dal pretendere di definire ci che non conosciamo,
esamina gradualmente ci che vogliamo conoscere. Egli prende un
bambino al momento della nascita, segue passo passo progressi del
suo intelletto; rileva ci ch'egli ha in comune con gli animali e
ci che invece lo pone al di sopra di essi; consulta soprattutto
la sua propria testimonianza, la coscienza del suo pensiero.
Lascio, egli dice, a chi ne sa pi di me la discussione intorno
all'esistenza della nostra anima prima o dopo l'organizzazione del
nostro corpo; confesso di aver avuto in sorte una di quelle anime
grossolane che non pensano sempre, e sono inoltre cos disgraziato
da non riuscire a concepire la necessit che l'anima pensi sempre,
pi di quanto riesca a concepire un corpo che sia sempre in
movimento.
Ora io rivendico l'onore d'essere, su questo punto, altrettanto
stupido quanto Locke. Nessuno riuscir mai a farmi credere che io
pensai sempre; n mi sento molto pi disposto di lui a immaginare
che qualche settimana appena dopo la mia concezione, io fossi una
anima assai sapiente, che conosceva allora mille cose dimenticate
poi nascendo_.
Locke, dopo aver distrutto il concetto d'idea innata, dopo aver
rinunciato alla vanit di credere che si pensi sempre, stabil che
tutte le nostre idee ci vengono dai sensi, studi le idee semplici
e quelle complesse, segu lo spirito dell'uomo in tutte le sue
operazioni, mostr quanto siano imperfetti i linguaggi che gli
uomini parlano, e quale abuso essi continuamente facciano dei
termini adoperati.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
quattordicesimo, pagina 524.

B).

Siamo di fronte, in questa lettura, ad un nuovo modo d'intendere
la socratica "docta ignorantia". Voltaire accomuna se stesso a
Locke in una scelta per la modestia in campo filosofico in
funzione antimetafisica e antiteologica.
Voltaire, Il filosofo ignorante, "Locke" capitoli
trentaquattresimo, trentacinquesimo (pagina 285).

Locke _ Dopo tanto sfortunato vagabondare, stanco, estenuato e
vergognoso di aver cercato tante verit e trovato tante chimere,
ritornai, come il figlio prodigo al padre, a Locke; e mi gettai
nelle braccia di un uomo modesto, che non finge mai di sapere quel
che non sa, che non possiede, a dir vero, immense ricchezze, ma i
cui fondi sono sicuri, e che gode senza ostentazione dei pi
solidi beni. Egli mi conferm nei convincimenti che ho sempre
avuti:
che nulla entra nel nostro intelletto se non attraverso i nostri
sensi;
che non ci sono idee innate;
che non possiamo avere l'idea n d'uno spazio infinito n d'un
numero infinito;
che io non penso sempre e che, di conseguenza, il pensiero non 
l'essenza, ma l'azione del mio intelletto;
che sono libero quando posso fare quel che voglio [_]
che posso volere solo in conseguenza delle idee ricevute nel mio
cervello, che sono necessitato a determinarmi in conseguenza di
tali idee, perch, altrimenti, mi determinerei senza nessuna
ragione, e ci sarebbe un effetto senza causa;
che, essendo finito, non posso avere un'idea positiva
dell'infinito;
che non posso conoscere nessuna sostanza, perch posso avere idee
solo delle loro qualit, e mille qualit d'una cosa non possono
farmi conoscere l'intima natura di tale cosa, che pu averne
centomila altre a me ignote;
che sono la medesima persona solo in quanto possiedo una certa
memoria e il sentimento di questa [_].
Che, infine, conforme alla profonda ignoranza intorno ai princpi
delle cose di cui mi sono reso conto,  impossibile che io possa
conoscere le sostanze alle quali Dio si degna di concedere il dono
di sentire e di pensare. [_].
[_] Noi non conosciamo a fondo nessun essere; ed , perci
impossibile che sappiamo se un essere sia o no capace di ricevere
il sentimento e il pensiero. Materia e spirito sono soltanto
parole; di quelle due cose non possediamo nessuna nozione
completa: quindi, in definitiva,  altrettanto temerario dire che
un corpo organizzato da Dio stesso non pu ricevere da lui il dono
di pensare quanto sarebbe ridicolo dire che lo spirito non pu
pensare.
D'altronde tale problema non interessa in nessuna guisa la morale.
Sia che la materia possa pensare o no, chiunque pensa dev'essere
giusto, perch l'atomo cui Dio abbia dato il pensiero pu meritare
o demeritare, esser punito o ricompensato, e durare in eterno,
quanto l'essere ignoto chiamato un tempo soffio e oggi
spirito, e che conosciamo ancora meno di un atomo.
So benissimo che coloro che credono che solo l'essere chiamato
soffio sia capace di sentire e di pensare hanno perseguitato
coloro che hanno preso le difese del saggio Locke e non hanno
osato limitare la potenza di Dio ad animare soltanto quel soffio.
Ma, quand'anche l'intero universo credesse che l'anima sia un
corpo leggero, un soffio, una sostanza ignea, si farebbe bene a
perseguitare quanti sono venuti a insegnarci che essa 
immateriale? Tutti i Padri della Chiesa, i quali credettero
corporea l'anima, avrebbero avuto ragione di perseguitare gli
altri Padri, che insegnarono agli uomini il concetto della
perfetta immaterialit dell'anima? No, senza dubbio, perch il
perseguitare  una cosa abominevole; e, quindi, coloro che
ammettono l'assoluta immaterialit pur senza comprenderla hanno
dovuto tollerare coloro che la negavano perch non la
comprendevano. E coloro che hanno rifiutato a Dio il potere di
animare l'essere ignoto chiamato materia han dovuto tollerare
anch'essi coloro che non hanno osato privare Dio di quel potere,
perch  disonesto odiarsi per dei sillogismi.
Che cosa ho appreso sinora? _ Dopo aver fatto i miei conti con
Locke e con me stesso, mi sono trovato possessore di quattro o
cinque verit, liberato da un centinaio di errori e caricato di
un'immensa quantit di dubbi. E mi sono detto: Le poche verit da
me acquisite per mezzo della mia ragione resteranno tra le mie
mani un bene sterile se non vi potr trovare qualche principio di
morale. A un animale cos misero qual  l'uomo  bello essersi
innalzato sino alla conoscenza del signore della natura; ma essa
non mi servir pi della scienza dell'algebra se non ne ricaver
qualche regola per la condotta della mia vita.
P.  Rossi, Gli illuministi francesi, Loescher, Torino 1987, pagine
410-412.

G. Zappitello, Antologia filosofica, 2. Quaderno secondo/7.
Capitolo Dodici/2.
8) Voltaire. Pascal e l'antropologia.
A).

Voltaire affronta in pi occasioni il confronto con il pensiero di
Pascal sul tema dell'antropologia. Egli sceglie Pascal fra gli
avversari perch  il pensatore cristiano che stima di pi.
Iniziamo con un brano tratto dalla Lettera venticinquesimo,
aggiunta alle Lettere filosofiche.
Voltaire, Lettere filosofiche, Lettera venticinquesimo.

Rispetto il genio e l'eloquenza di Pascal; ma proprio per ci sono
persuaso che avrebbe egli stesso corretto molti dei suoi pensieri,
che aveva buttato a caso sulla carta riservandosi di riesaminarli
in seguito: ed  proprio ammirando il suo genio ch'io combatto
qualcuna delle sue idee.
In generale, ho l'impressione che Pascal abbia scritto i pensieri
nell'intento di mostrare l'uomo in una luce odiosa. S'accanisce a
dipingerci tutti malvagi e infelici. Scrive contro la natura umana
all'incirca col tono con cui scriveva contro i Gesuiti.
Attribuisce all'essenza della nostra natura ci che appartiene
solo ad alcuni uomini. Ingiuria eloquentemente l'intero genere
umano. Perci oso prendere la difesa dell'umanit contro questo
sublime misantropo; oso affermare che non siamo n cos malvagi n
cos infelici come egli dice;
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
quattordicesimo, pagina 529.

B).

Quello del peccato originale  l'argomento di un altro grande
"campo di battaglia", sul quale gli illuministi s'impegnarono a
fondo. In questa lettura nonostante l'atteggiamento canzonatorio,
Voltaire non riesce a celare un vero e proprio disprezzo per la
Bibbia e per la teologia cristiana. Da notare anche il tipo di
razionalit che viene utilizzato per criticare la dottrina
cristiana. Il suo pensiero viene espresso in forma dialogica.
Voltaire, Osservazioni sui Pensieri di Pascal, Dialoghi e incontri
filosofici, Dialogo ventunesimo, Secondo incontro, Sull'anima.

B. I vostri discorsi parvero ai buoni cattolici romani una prova
che siete posseduto dal diavolo; ma io sarei curioso di sapere
come questa idea, che un essere infinitamente buono faccia venire
al mondo tutti i giorni milioni di uomini per poi dannarli, abbia
potuto entrare nei cervelli.
A. Per un equivoco, come la potenza papista  fondata su di un
gioco di parole: "Tu sei Pietro e su questa pietra stabilir la
mia Chiesa" (Matteo sedicesimo, 18).
Ecco l'equivoco che condanna tutti i bambini piccoli. Dio
proibisce a Eva e a suo marito di mangiare del frutto dell'albero
della scienza che egli aveva piantato nel suo giardino; egli disse
loro (Genesi secondo, 17) "Il giorno che ne mangerete, voi
morrete". Essi mangiarono e non morirono affatto. Al contrario
Adamo visse ancora novecentotrent'anni. Bisogna quindi intendere
la parola in un altro modo, si tratta della morte dell'anima,
della dannazione. Ma non viene detto che Adamo fosse dannato;
quindi sarebbero stati i suoi figli ad esserlo; e come mai questo?
il fatto  che Dio condanna il serpente, che aveva sedotto Eva, a
marciare sul ventre (perch prima voi vedete bene che camminava
con i suoi piedi); e la razza d'Adamo fu condannata ad essere
morsa al tallone dal serpente. Ora il serpente  visibilmente il
diavolo; e il tallone che morde  la nostra anima. "L'uomo
schiaccer la testa del serpente  quando potr" (Genesi terzo,
15);  chiaro che qui s'intende il Messia, che ha trionfato del
diavolo.
Ma come mai egli ha schiacciato la testa del serpente, lasciando
nelle sue mani tutti quei bambini che non sono stati battezzati?
Ecco il mistero. E come mai i bambini sono dannati, perch il loro
primo padre e la loro prima madre avevano mangiato del frutto del
loro giardino? Ecco qui un altro mistero.
C. Vi fermo l. Non  a causa di Caino che noi siamo dannati, e
non per Adamo? perch sembra che noi discendiamo da Caino, se non
mi sbaglio, dal momento che Abele mor senza essere sposato; e mi
sembra che sia pi ragionevole essere dannati per un fratricida
che per una mela.
Voltaire, Dialoghi ed incontri filosofici, in Oeuvres compltes,
Librairie de Firmin Didot Frres, Fils et C., Paris 1874, Tomo
sesto, pagina 681 [traduz. G. Zappitello].

C).

Ancora sul peccato originale. Secondo Voltaire, se la dottrina
cristiana fosse vera, gli uomini sarebbero molto pi cattivi di
come sono. Anzi essi non sono cos cattivi, come si vuol far
credere probabilmente per scopi di potere, cio per dominarli
meglio. Gli orrori, come la notte di S. Bartolomeo, sono solo
eccezioni.
Voltaire, ABC, Se l'uomo  nato cattivo e figlio del diavolo.

C _ Se ci rifletto, riconosco che il genere umano non  cos
malvagio come va gridando certa gente nella speranza di metterlo
sotto la sua frula. Costoro somigliano a quei chirurghi i quali
suppongono che tutte le dame della Corte siano affette da quella
vergognosa malattia che frutta tanto denaro a chi la cura.
Malattie ce ne sono,  vero; ma l'intero universo non  nelle mani
della Facolt di medicina. E ci sono grandi delitti, ma rari. [_].
Ci sono province, come la Turenna, dove da centocinquant'anni non
si  commesso un solo grande delitto. A Venezia, sono trascorsi
pi di quattro secoli senza che nella sua cerchia avvenisse un
moto sedizioso o un'assemblea tumultuosa; e ci sono in Europa
mille villaggi dove, da quand' finita la moda di scannarsi per la
religione, non si  pi commesso un omicidio: i contadini non
hanno il tempo di sottrarsi ai loro lavori; le moglie e le figlie
li aiutano, cuciono, filano, impastano, infornano; tutta quella
brava gente ha troppo da fare per nutrire cattivi pensieri. Dopo
un lavoro piacevole, perch necessario, essi consumano un pasto
frugale condito con l'appetito e cedono al bisogno di dormire per
ricominciare il giorno successivo. Per loro, temo soltanto i
giorni di festa, cos risibilmente consacrati a salmodiare, con
voce rauca e discorde, del latino che non capiscono e a perdere il
senno nelle taverne: cosa di cui s'intendono anche troppo. Lo
ripeto: se non tutto  bene, tutto  passabile. [_].
C _ Sono contento di quanto mi avete detto: io penso che la natura
dell'uomo non sia del tutto diabolica. Ma perch allora si dice
che l'uomo  sempre portato al male?.
A _ L'uomo  portato al suo benessere, che  un male solo quando
l'uomo opprime i suoi fratelli. Dio gli ha dato l'amore di s, che
gli  utile; la benevolenza utile al suo prossimo; la collera, che
 pericolosa; la compassione, che la disarma; la simpatia verso
molti dei suoi compagni, l'antipatia verso altri. Molti bisogni e
molta industria, l'istinto, la ragione e le passioni: tale l'uomo.
Quando sarete degli di, cercate di farlo conforme a un modello
migliore.
E. Chiari, Voltaire e il concetto di filosofia nel pensiero
moderno, G. D'Anna, Messina-Firenze, 1981, pagine 414-415.
